Dimenticare, ricordare.
Etimo, radice: mente, cuore.
Se dimentichi allontani dalla mente.
Se ricordi riporti al cuore.
La storia di Irina lucidi è tristemente nota alla cronaca.
Irina è una donna alla quale un giorno vengono sottratte dal marito le due figlie gemelle di sei anni.
L’uomo si uccide e le bambine non saranno mai più ritrovate.
Concita De Gregorio è una donna che trova le parole per raccontarne la storia, nel suo denso e delicato ‘Mi sa che fuori è primavera’.
Nasce da qui la versione teatrale di questa vicenda così difficile da raccontare: un episodio tragico nel senso più classicamente teatrale del termine, in cui l’eroina subisce la perdita dei figli e deve sopravvivere alla sua stessa vita di dopo senza cedere alla tentazione di sparire lei stessa.
Il dolore da solo non uccide.
C’è bisogno di essere felici per tenere testa a questo dolore inconcepibile.
C’è bisogno di paura per avere coraggio.
Il resistere di Irina è un atto di amore.
L’amore che va oltre il tempo e le miserie umane.
Ho pensato di aver amato molto e che non avrei amato mai più. Mi sbagliavo.
La possibilità di una nuova vita per Irina diventa la conquista eroica di un nuovo territorio, intatto come la Patagonia, nei cui mari dalla profondità degli abissi spuntano gli immensi corpi delle balene.
Una Italiana in Svizzera. Un ambiente ostile pieno di pregiudizi, malevolo e sordo alle richieste d’aiuto. Dal gelo regolato e dalla incapacità di empatia della Svizzera, Irina trova una nuova vita nel calore della Spagna, un uomo con grandi mani, uno studio per i cartoni animati.