Il cuore a gas


Gruppo 4:48/Giorgio Fabbris


fuori abbonamento
sul palcoscenico del teatro astra

Gio 15 Gennaio 2026, 21:00
Ven 16 Gennaio 2026, 21:00
Sab 17 Gennaio 2026, 21:00
Info

testo Tristan Tzara
con Valentina Brusaferro
scena e regia Giorgio Fabbris
aiuto regia Lanfranco Santacaterina, Katy Knoll
tecnica Ezio Zonta
maquette e sculture Nicoletta Magnaguagno
musica Steve Reich, John Cage
poesia sonora T. Tzara, M. Janco, R. Huelsenbeck (voci originali)

(spettacolo a numero limitato)

Il cuore a gas di Tristan Tzara è senza dubbio l’esempio più dirompente del teatro Dada. Al suo debutto a Parigi nel 1921, quasi tutto il pubblico lasciò la sala durante la presentazione del rumeno Tzara, il quale si esprimeva in un francese incomprensibile.
L’anno seguente la medesima opera fu più volte interrotta dai surrealisti; in particolare Éluard e Breton salirono sul palco e nel parapiglia una bastonata degli assalitori ruppe il braccio ad un attore; nacquero tumulti tali che solo l’intervento della polizia riuscì a sedare parzialmente.

Ora a distanza di oltre un secolo sarebbe insensato riprendere la pièce di Tzara cercando provocazioni per ripetere il caos dadaista. Ormai il Dada fa parte della storia dell’Arte e certe provocazioni sono diventate col tempo linguaggio necessario per alcune forme espressive del teatro contemporaneo.

Certo, tutto ebbe inizio con Ubu Re (di Alfred Jarry) nel1888, e con Hugo Ball al Cabaret Voltaire nel 1916. Fu culturalmente un capovolgimento del mondo.
Erano personaggi unici, imprevedibili, imprevedibili a tal punto che, a modo loro, hanno deciso d’essere presenti in questa pièce … Uno scherzo dadaista? Mah, forse schegge di poesia.

È mia intenzione con Il cuore a gas ottenere un risultato che non edulcori la struttura paradossale del testo, perché è necessario ribadire l’impero dell’assurdo nel Dada, in particolare in questa pièce, la quale si basa sulla parola-azione che nel testo agglutina dialoghi sconclusionati fra parti anatomiche del volto e dintorni, vanificando con ciò ogni ricerca di senso. Opera con rari momenti di razionalità, inseriti sicuramente quali trappole per far scattare il paradosso, l’ironia, la quale disgrega il tessuto del testo.
Ho scelto una sola interprete, Valentina Brusaferro, attrice dalla tecnica selenica, che imbriglia compiutamente allucinazione e Nuova Oggettività.
Il suo ricovero è un pezzo di carrozzeria recuperata che diventa il suo Casello ferroviario, il suo rifugio per dissimulare verbalmente mandrie di parole che, approfittando del binario morto, partono rapide verso il pubblico in attesa di excentricità.

Per essere, per esistere è necessario esprimersi, parlare, comunicare verbalmente; è qui che Tzara interviene da “gaio terrorista” verbale. Sente che è necessario sconciare il linguaggio teatrale attraverso l’assurdo, l’insensato colloquiale e, prima di adoperarlo, immergerlo in una centrifuga tritologica, la quale garantisce che il prodotto letterario esca inesorabilmente irrazionale, un antitesto. Però l’autore, per non cadere nell’Accademia del Caos, nella sua pièce inserisce rari dialoghi ordinari, banali.
Tzara scriveva che questo suo lavoro “non potrà dar gioia se non agli imbecilli…”.
Egli oggi direbbe il contrario: solo gli imbecilli non potranno aver gioia da questo lavoro.
Il Dada non è più foriero di scandalo, ma è un’importante archivio di espressioni poetiche sempre in contrasto con certe sclerotizzazioni dell’arte. Dada conferma la rottura delle barriere che ancora bloccano la libertà espressiva, soprattutto quando questa abbraccia l’arte.

Giorgio Fabbris